– Sei aprile duemilanove, ore tre e trentatré –

– Sei aprile duemilanove, ore tre e trentatré –

Era come se avesse già il mandato
nel nome della sua ora
venuta a scuotere nel suono
di ogni sua sillaba
il destino fin dalla nominazione
un rintocco tremendo:
tre e trentatré – l’ora prediletta.
Ma non c’è ora che sia giusta
nel bel mezzo della notte
e di un cammino vitale, per il nero
del cuore sotterraneo
che prende ad un tratto a pulsare
rovesciando il suo compito universale
portando via la vita
anziché incardinarla ai corpi
disunendo ciò che Dio ha unito
scucendo le terre e le carni
e lasciando muri in piedi a metà
come quei figli e quei padri, e quelle madri
quegli sperduti pilastri
rimasti a resistere soli
a sorreggere gli astri.

Agostino Peloso,  14 aprile 2009

– Buonanotte, mi dici –

– Buonanotte, mi dici –

Buonanotte, mi dici.
Ma questo tuo auspicio
ti succede con guizzo d’affanno.
La notte è superba
col tuo esserle ìnsita
in ogni impenetrato nascondiglio
in ogni remoto appiglio di luce
il suo sbaglio fugace.
L’augurio – buonanotte – sei tu
il tuo nome detto, ridetto
benedetto auspicio del sogno.
Tu sei la notte, il suo bisogno
tacito corpo
cui tutto riappartiene
ogni gesto gli si accorpa.
Con te la notte sovreccede a se stessa
e notte non c’è
che resti al di sotto del destino
di pura bellezza.
Tu sei la notte
sua vertigine altezza.

Agostino Peloso, gennaio 2018