Certo, non se ne sentiva la mancanza. Un altro sperduto, invisibile ed insignificante blog che affonda nel mare magnum delle parole che sommergono l’universo digitale. Un’altra impercettibile voce nello sconfinato e brulicante coro dei blogger. Diciamo subito che questo blog non ha la pretesa di portare a compimento una missione “letteraria”, non ha l’ambizione di sensibilizzare le coscienze verso un maggiore consumo poetico, ed io non mi ritengo titolato e nè in possesso di alcun mandato speciale di ordine culturale, ma mi accingo piuttosto a scrivere con lo stesso spirito e le stesse aspettative di chi scrive il suo messaggio su un foglietto, lo arrotola, lo inserisce in una bottiglia che poi affida al mare. Nella consapevolezza che la forza sia nel sapersi fermare, come avviene con l’ultima parte di un testo: explicit, appunto. Lo spunto l’ho preso da un testo di Valerio Magrelli (tratto da “Che cos’é la poesia?”, Luca Sossella Editore, 2005), uno dei maggiori esponenti della poesia contemporanea:

Tutti si chiedono come nasca una poesia: io trovo più interessante domandarsi come finisca

Forse un poeta è veramente tale solo se sa quando arrestarsi, quando cessare l’opera della lima, quando sospendere la proliferazione di varianti; insomma, quando riesce a dire “basta”

É duro dover prendere congedo. Ma l’explicit ci chiama. Serve un dono, un talento: l’ispirazione della conclusione

Tempo fa ho avuto il piacere e l’onore di assistere di persona all’incontro in occasione del quale Magrelli produsse il succitato testo. Forse riuscirò a chiarire meglio i miei intenti più avanti, se di intenti ha senso parlare, visto che non c’è (ancora) una vera progettualità. Nel frattempo, per congedarmi, appunto, desidero umilmente lasciare in omaggio alle popolazioni abruzzesi colpite dal terribile terremoto dell’aprile 2009, un mio piccolo simbolico contributo che scrissi allora a distanza di qualche giorno dal sisma.

– Sei aprile duemilanove, ore tre e trentatré –

Era come se avesse già il mandato
nel nome della sua ora
venuta a scuotere nel suono
di ogni sua sillaba
il destino fin dalla nominazione,
un rintocco tremendo:
tre e trentatré – l’ora prediletta.
Ma non c’è ora che sia giusta
nel bel mezzo della notte
e di un cammino vitale, per il nero
del cuore sotterraneo
che prende ad un tratto a pulsare
rovesciando il suo compito universale
portando via la vita
anziché incardinarla ai corpi
disunendo ciò che Dio ha unito
scucendo le terre e le carni
e lasciando muri in piedi a metà
come quei figli e quei padri, e quelle madri
quegli sperduti pilastri
rimasti a resistere soli
a sorreggere gli astri.

Agostino Peloso, Roma 14 aprile 2009

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